Nuove etichette, un danno per il made in Italy

+ 23
+ 22


Rabbia da parte dei consumatori: «Per l’Italia, dove la qualità è fiore all’occhiello, si tratta di un vero disastro».
Non è andata giù né agli agricoltori né ai consumatori italiani, la nuova normativa europea sull'etichettatura, che non prevede più l'obbligo di indicare lo stabilimento di produzione dell'alimento (sarà sufficiente indicare semplicemente la sede legale del marchio), come prevedevano le normative italiane. Questo significa che non potremo più sapere se un'azienda italiana produce i propri prodotti in Italia oppure all'estero. Una novità che va ad avvantaggiare le aziende che delocalizzano e che però potranno mantenere il marchio Made in Italy. Insomma, un colpo basso al made in Italy, per cui le associazioni degli agricoltori hanno a lungo combattuto. «Oggi in Italia la metà della spesa è anonima, anche se il nuovo regolamento comunitario, entrato in vigore lo scorso 13 dicembre, prevede che a partire dal 1 aprile 2015 dovranno essere indicate in etichetta luogo di allevamento e di macellazione di carni suine e ovi-caprine, così come di specificare varietà, qualità e provenienza dell’ortofrutta fresca - fa sapere Coldiretti -. Ma l’etichetta resta anonima oltre che per gli altri tipi di carne, per i salumi, i succhi di frutta, la pasta e i formaggi». «Non è una questione di nazionalismo, ma si tratta di fornire al consumatore più informazioni possibili sul prodotto in maniera chiara e non in modo fuorviante: la sede legale del marchio può riferirsi a diversi stabilimenti sparsi nel mondo e il consumatore ha il diritto di sapere da dove arriva il cibo che mangia» evidenzia Coldiretti. Forte è anche la preoccupazione dei consumatori, come spiega Luca Curatti, presidente di Assoutenti Cremona. «Questa normativa stravolge tutta la nostra precedente disciplina, come il recente Regolamento del 2012. Viene meno uno delle principali tappe del processo produttivo, ossia quella della tracciabilità: quel percorso che consente di seguire il prodotto da monte a valle, verificando ogni passaggio della filiera». Questo comporta il rischio di una vera e propria «invasione barbarica - evidenzia Curatti -. Se la zona di provenienza non viene indicata vengono mandate a quel paese tutte le lotte per la valorizzazione del made in Italy e tutti i protocolli fatti dall'Italia in questi anni».

E se per altri Paesi questo potrebbe anche essere un problema secondario, in un Paese come l'Italia, dove la qualità dei prodotti alimentari è da sempre il cavallo di battaglia, si rivela un vero e proprio disastro. «E' una normativa per noi non tollerabile - continua il presidente Assoutenti -. Il nostro fiore all'occhiello è sempre stato quello di produrre la qualità, con una filiera garantita. Ma dare a chi produce il miraggio di potersi comportare anche in maniera non corretta, non può che creare un danno al marchio italiano ». Un'inversione di tendenza che preoccupa moltissimo le associazioni dei consumatori. «Ne deriva anche un problema legato alla pubblicità dei prodotti, che in questo caso può diventare ingannevole laddove si induce in errore l'acquirente, convinto che magari un certo prodotto sia al 100% made in Italy mentre invece non lo è. Si rischia di cadere anche in diatribe di concorrenza sleale in ambito alimentare». Non solo: anche la salute, nel momento in cui non vi sono più garanzia sulla provenienza, può essere a rischio. «Si hanno dubbi su sicurezza e tutela della salute - conclude Curatti - in quanto non sappiamo più cosa stiamo mangiando». Le grandi multinazionali europee della distribuzione, non più costrette a fornire questa indicazione e quindi non passibili di alcuna sanzione, tenderanno a eliminarla dai prodotti commercializzati con il loro marchio (detti anche 'private label'). Come del resto sta già accadendo. Lo segnala il sito ioleggoletichetta.it, dove si evidenzia come già sono comparse sul mercato «le prime etichette di prodotti italiani “censurate”, diventate “mute”, che non ci consentono più di capire dove esattamente e chi fabbrica il prodotto».

dalla redazione de Il Piccolo

Segnala questo articolo su