La preoccupante e crescente morìa delle api

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Ogni anno il 30% del patrimonio apistico nazionale muore. La causa sono soprattutto i pesticidi, e in particolar modo quelli del mais.
E' a rischio la sopravvivenza delle api sul nostro territorio? La sparizione di numerosi insetti, ogni anno, crea notevole preoccupazione tra gli esperti. Il problema è sorto diversi anni fa, ma la novità molto preoccupante è che le bottinatrici (ossia le api preposte a rifornire l'alveare di nutrimento) sono letteralmente scomparse da diversi alveari, senza più tornare. Una situazione che ha messo in allarme gli apicoltori del territorio. Del resto è piuttosto recente la scoperta di una delle cause di questa situazione, come spiega Raffaele Cirone, presidente della Federazione apicoltori italiani (Fai): «Si tratta di una categoria di pesticidi denominata neonicotinoidi, che vengono utilizzati sul mais – spiega -. Il fenomeno ha ormai una dimensione internazionale, ma si concentra maggiormente nelle regioni del nord, come Friuli, Lombardia, Piemonte, dove le coltivazioni di mais sono più intensive». Il problema però non è nuovo e già dal 2008 si manifesta: «Quello è stato l'anno peggiore – continua Cirone -. Nel frattempo si sono fatti monitoraggi che hanno portato a individuarne la causa, ossia queste molecole utilizzate in agricoltura. Si è quindi scoperta una stretta relazione tra le colture di mais e la morìa delle api, in quanto questi pesticidi rilasciano particelle dannose per gli insetti”. Proprio a causa di questo specifico pesticida, tra l'altro, si verifica un fenomeno ancora più strano: le api non muoiono quando tornano all'alveare, ma non vi fanno proprio più ritorno.

«Questo accade perché tali particelle producono un effetto disorientante nelle api, che non saranno più in grado di tornare al proprio alveare» spiega Cirrone. Questo non danneggia solo le bottinatrici, che muoiono lontano da casa, ma anche il resto dell'alveare. «Queste api si occupano di procurare il nutrimento all'alveare. Se queste vengono meno, l'alveare è destinato a morire». Insomma, l'utilizzo dei pesticidi nel periodo primaverile è sempre dannoso. «Se anche il trattamento non viene fatto direttamente sui fiori ma sulle piante, i fiori che sono nella zona ne vengono contaminati – continua il presidente Api -. Vi sono quindi delle accortezze che l'agricoltore dovrebbe avere, per evitare il problema. Solo che spesso ciò non accade». Il danno, naturalmente, è notevole: «Ogni anno, senza che vi siano strumenti per poter impedire tutto questo, gli apicoltori perdono in media il 30% del proprio patrimonio apistico nazionale (circa 1.200.000 alveari). Come dire che su tre alveari si sa già che uno dovrà essere immolato, perché non sarà in grado di sopravvivere nel suo ambiente naturale. Eppure in Italia, ogni anno, l’incremento produttivo che le sole api mellifere, quelle allevate dagli apicoltori, generano per il mondo agricolo è calcolato dall’Unione europea in circa due miliardi di euro. C'è però da dire che, rispetto agli altri Paesi europei, la nostra situazione è migliore, in quanto in Italia abbiamo anche altri insetti impollinatori, che invece altrove non hanno. Inoltre i nostri apicoltori hanno la capacità di riparare il danno, cercando ogni anno di riportare il proprio parco alveari al proprio numero originario». In ogni caso ci si trova di fronte ad un impoverimento dell'habitat e questo «crea un ambiente malsano per tutta la filiera agricola. Insomma, «il declino delle api si fermerà solo quando gli agricoltori capiranno che l’impollinazione è un fattore produttivo, senza il quale chi estrae cibo dalle proprie terre non potrà più continuare a farlo».

dalla redazione de Il Piccolo

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