«Non si devono sottovalutare i lavoratori»

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Il Sindacato oggi - Intervista a Germano Denti segretario Uilm di Cremona: «A volte abbiamo in mano il futuro delle persone».
Viviamo una realtà in cui, da una parte, il mondo del lavoro sta subendo radicali trasformazioni, (dalla scomparsa della centralità della fabbrica, al cosiddetto "lavoro immateriale", al progressivo tramonto del lavoro a tempo indeterminato: il modello per cui lo stesso impiego, lo stesso orario, la stessa unità produttiva permanevano per tutti gli anni di attività); dall'altra, il ruolo tradizionale di tutela e di contrattazione del sindacato sembra messo in un angolo, e anzi sottoposto fortemente a discussione: dal governo, dai mezzi di informazione, oltre che dalla parte datoriale. Il "modello Marchionne" snobba le rappresentanze del mondo del lavoro, sui mezzi di informazione spesso il sindacato appare come un soggetto legato al conservatorismo, invece che all'innovazione, e il governo, in primis lo stesso Renzi, non si fa scrupolo di accusare le organizzazioni sindacali di non volersi confrontare con la realtà mutata e di essere interessate solamente a mantenere lo status quo dei garantiti, magari difendendo comportamenti sbagliati di chi lavora. In questa rincorsa, vengono messi in discussione diritti che sembravano ormai far parte del dna della nostra democrazia: il diritto a scioperare, pur con le regolamentazioni previste per legge, lo stesso diritto a riunirsi in assemblea (si ricorderà il caso Colosseo). E il sindacato cosa dice, di questa vera e propria "crisi di ruolo"? Ne parliamo con Germano Denti segretario responsabile dei metalmeccanici UIL di Cremona: undici anni di sindacato, persona conosciuta e molto stimata nell'ambiente, punto di riferimento per molti lavoratori cremonesi.

Quando ha deciso di impegnarsi nel sindacato, e perché?

Il mio impegno risale all’ottobre del 2004. Ho deciso di impegnarmi nel sindacato quando, avendo lavorato per venti anni come educatore in un centro per disabili, ho cercato di riportare nella organizzazione sindacale il senso del rispetto verso le persone, che deve essere sempre al centro della nostra azione. Non dobbiamo dimenticare mai che il nostro datore di lavoro sono i lavoratori e che noi siamo qui per tutelarli; occorre un estremo rispetto verso di loro, perché a volte abbiamo in mano il futuro delle persone.

Dieci anni fa era più facile fare sindacato?

Dieci anni fa c’era una condizione economica complessiva positiva, il che ha fatto sì che, da un certo punto di vista, il sindacato si sia un po’ sclerotizzato. La crisi che stiamo vivendo, che riguarda l’economia, il lavoro, la vita delle persone, ha rimesso in discussione il valore del sindacato . Siamo un Paese in cui qualsiasi organizzazione viene percepita come “casta”, e anche il sindacato soffre di questo. Ora escono fuori gli aspetti legati a ciò che non si è fatto, poiché andava tutto bene: la mancanza di un ricambio adeguato, ad esempio, a tutti i livelli, in tutti gli ambiti. E questo non è rispettoso nei confronti dei giovani. Troppo spesso qui da noi prevalgono gli interessi di bottega, il rifiuto dell’altro. Dipende dalla crisi del concetto di famiglia e dall’incapacità della scuola a farsi “scuola di vita”: le scuole, oggi, sono contenitori vuoti. Anche tra i sindacalisti e i politici, a volte, si parla di “merito”, senza sapere di che cosa si parli. C’è rigidità, non c’è flessibilità, anche nel campo in cui lavoro io: non si può affrontare la realtà di una fabbrica di duemila dipendenti con gli strumenti che utilizziamo per una realtà produttiva di dieci - quindici lavoratori. Occorre cogliere la peculiarità di ogni realtà. Nella grande fabbrica c’è ancora un’ossatura sindacale, ma il problema da affrontare sono le realtà piccole, che sono la maggioranza del mondo del lavoro. Le cooperative, il mondo del commercio, le piccole imprese, realtà in cui esistono vere discriminazioni. Il sindacato non si è mai occupato di queste realtà, in questi anni.

Si dice che il suo sindacato, quello dei metalmeccanici, ed il sindacato in generale siano superati da una realtà in cui le fabbriche ed il lavoro dipendente in generale non rivestono più la centralità di una volta nel tessuto produttivo: è così?

Non è ancora così, ma la domanda coglie un problema. I lavoratori hanno perso fiducia nel sindacato, ma c’è un vasto spazio in cui, se essi capiscono che c’è un sindacato, un sindacalista che si impegna, che ascolta i loro problemi, che rispetta i loro bisogni, si riavvicinano. La gente non riconosce più il sindacato come sigla, ma riconosce le persone che lavorano concretamente, indipendentemente dalla sigla di cui fanno parte. La UILM mi ha sempre dato la possibilità di sviluppare il mio lavoro senza pressioni: ho sempre avuto campo libero.

Cosa ne pensa dell'azione del governo Renzi rispetto al mondo del lavoro? Qual è la sua opinione sul jobs act?

Il jobs act può essere una soluzione che muove qualcosa, che snellisce alcuni procedimenti, ma ascolti questa metafora che ripeteva spesso mio padre: non devi dare il pesce al popolo, devi insegnargli a pescare. Dalla scuola, prima, si usciva e si era pronti ad affrontare una professione, si avevano strumenti veri. L’esperienza la si faceva sulla base della preparazione ricevuta. Nel mio settore, si cercano affannosamente idraulici, elettricisti, manutentori meccanici ed elettrici, ma ce ne sono pochi. Pensiamo al personale che lavora nelle stalle, sul nostro territorio: la maggior parte sono indiani. Quanto a Renzi, colpisce perché, a volte sbagliando, a volte indovinando, sa decidere. A parte la questione pensioni: quella è veramente uno scandalo, una cosa scandalosa su cui i sindacati non hanno mai avuto voce in capitolo, o non hanno alzato abbastanza la voce. Occorreva studiare meccanismi per favorire il ricambio generazionale sui luoghi di lavoro, accompagnando chi è di mezza età alla pensione. ci sono lavori che non si possono fare a sessantacinque anni! Bisogna mettere le mani sulla riforma con urgenza, non può rimanere tutto così, come è adesso. Ma, ripeto, occorre investire nella scuola, per una formazione certificata, sul campo, che dia professionalità, che possa creare prodotti di eccellenza. Noi possiamo competere con i cinesi solo con la sfida della qualità. Ci sono ambiti di nicchia in cui siamo eccellenti: Cremona, pochi lo sanno, è la capitale mondiale della termometria. È un campo di impiego che va dall’incubatrice all’elicottero, alla macchina per il caffè: sono prodotti che presuppongono molto studio. Così l'Ocrim: potrebbe essere leader a livello mondiale. Infatti, la situazione a Cremona... Cremona, per storia, è sempre stata una realtà agricola, magari ricca. Una città ricca, ma addormentata: non abbiamo più voluto investire veramente, perché la realtà agricola è questa. Abbiamo interrotto la filiera agroalimentare: la pianura padana è una delle più fertili d’Europa, e la vocazione di città agricola doveva essere sviluppata. Il casalasco è rimasto uguale a cinquanta anni fa. Peraltro, gli industriali, tranne Arvedi, Ocrim e pochi altri, hanno preferito speculare, invece che investire. Il polo cremasco si è sviluppato maggiormente dal punto di vista industriale, anche per motivi logistici, quali la vicinanza con Milano. Poi, non abbiamo investito sull’aspetto turistico: abbiamo luoghi meravigliosi, che potrebbero essere valorizzati. Ci sono città minori che hanno investito su questo aspetto e ne hanno un grande ritorno. C’è la questione delle vie di comunicazione: la valorizzazione del fiume, con i canali navigabili; le linee ferroviarie.

Si potrebbe valorizzare il fiume anche sotto l’aspetto turistico: pensiamo alle chiuse leonardesche. Sarebbe anche un bacino di lavoro. Io sono innamorato di questa città, e mi accaloro proprio per questo. Una curiosità: la vertenza più difficile?

Non c’è mai una vertenza uguale ad un’altra. Ne ricordo una, con una grande multinazionale, che ha visto una grossa collaborazione con il nostro studio legale: una vittoria, che poi si è rivelata un fallimento, ma che, comunque, ha fatto sentenza. Dietro ogni vertenza c’è un mondo. Adesso va di moda dire: io ti denuncio, e il tutto si risolve sul mero aspetto economico. L’importante è la chiarezza e la trasparenza nei confronti del lavoratore, perché ci sono vertenze non perseguibili: occorre che il sindacato faccia le sue valutazioni oneste ed obiettive, trovando la giusta mediazione. La vertenza deve essere anche un gesto di onestà e di principio, ma entrambi gli aspetti vanno valutati. Ci dovrebbe essere più coscienza da parte del lavoratore e del datore di lavoro: a volte, si deve poter dire “ho sbagliato”. Non sopporto il settarismo. In conclusione, il sindacato deve darsi una mossa, ed è ancora quell’elemento che ha gli strumenti per parlare con la gente, e la gente può ancora aiutarci ad essere forti. A partire dalle cose apparentemente piccole: sui diritti, sull’organizzazione del lavoro, sui problemi del posto di lavoro, sulla sicurezza. Trattare queste cose rende il sindacato credibile. C'è tanta gente, che parla in televisione, ma che i lavoratori non li ha mai visti. È un brutto vizio, quello di sottovalutare i lavoratori. Io ci sono a contatto tutti i giorni, e quando mi dicono: “Grazie Gerri”, sono felice.

dalla redazione de Il Piccolo

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