Suicidio in cella: ancora un anno e sarebbe uscito

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Il suicidio del detenuto che nelle prime ore dello scorso venerdì 17 febbraio ha deciso di recidere il filo della propria vita impiccandosi in una delle celle di Ca’ del Ferro rappresenta «una sconfitta per noi e per il nostro personale - è il commento della direttrice della Casa circondariale cremonese Ornella Bellezza. «Fortunatamente - prosegue la direttrice - non sono episodi che qui succedono con frequenza. L'ultimo caso risale ad un lustro fa quando un giovane aveva tentato di togliersi la vita. Trasportato d'urgenza in ospedale vi era deceduto poco tempo dopo». Rabbia, dolore, angoscia. Scossa l'opinione pubblica cremonese: «dopo molti anni di tranquillità ed è la spia di un disagio e di una sofferenza derivanti da una situazione che che le visite ispettive dei deputati radicali (Maurizio Turco nell’aprile 2011 e Rita Bernardini nell’ottobre 2011) avevano puntualmente segnalato», sortisce Sergio Ravelli, segretario dell’Associazione radicale Piero Welby.

«Un disagio e una sofferenza derivanti da un degrado crescente della struttura penitenziaridi Cà del Ferro, che da esempio positivo per tutte le altre realtà italiane si è trasformato negli ultimi anni in un semplice parcheggio di persone, quasi una discarica umana -rincara Ravelli. «Ai problemi cronici legati al sovraffollamento (che hanno causato l’inserimento di un terzo letto in molte celle, originariamente previste come celle singole), alla grave carenza di agenti e ai sempre maggiori problemi di convivenza (il 55% dei detenuti sono stranieri), si è aggiunta la progressiva diminuzione delle attività lavorative all’interno della struttura carceraria. Gli eventi drammatici di questi ultimi giorni dimostrano che l’emergenza carceri è un fatto ineludibile e improcrastinabile, perché ne va del senso di civiltà del Paese. Purtroppo - proseguono dall'Associazione - anche il decreto del ministro Severino non affronta il problema con la “prepotente urgenza” richiamata dal Presidente Napolitano, che a luglio aveva parlato di giustizia e carceri come di una situazione “che ci umilia in Europa”».

Difatti «il cosiddetto decreto “svuotacarceri” prevede che, nell’arco di un anno, andranno alla detenzione domiciliare 3.300 detenuti, quando i posti che mancano nelle carceri sono più di 22.000. E non è solo una questione di spazi che sono insufficienti persino a custodire animali, di cure negate, mancato rispetto della territorialità della pena, costrizione del detenuto all’ozio forzato, sporcizia e totale mancanza di igiene. Pochi giorni fa l’Italia è stata condannata per l’ennesima volta dalla Corte europea dei diritti umani per aver sottoposto un detenuto a trattamento inumano e degradante. Il detenuto nel carcere di Parma non solo non riceveva cure adeguate ma, costretto in carrozzina, non riusciva letteralmente a muoversi per la presenza di barriere architettoniche. – conclude il documento radicale – La Corte di Strasburgo, ha dunque ribadito il principio secondo cui gli Stati hanno l’obbligo di assicurare che tutti i carcerati siano detenuti in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana e garantendo in modo adeguato il diritto alla salute.

Noi radicali, con Marco Pannella e la sua lotta nonviolenta condotta assieme a tutta la comunità penitenziaria, sosteniamo che le carceri siano l’anello terminale di una Giustizia fuorilegge, che ha sulle spalle un carico di oltre dieci milioni di procedimenti penali e civili pendenti; una giustizia che, sul fronte penale, lascia cadere in prescrizione i processi al ritmo di 180.000 all’anno. E l’amnistia la chiediamo non come “clemenza” ma come un provvedimento costituzionale volto e atto a far rientrare nella legalità lo Stato italiano imbarbarito tanto dall’irragionevole durata dei processi, quanto da un sistema penitenziario incivile e criminale».

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