Quartetto di Cremona un programma sulla rimozione dell'elemento melodico

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Un concerto improntato su composizioni di Bartok, Haydn e Schumann, arricchito da uno studio dedicato alla formazione lombarda da Silvia Colasanti e da un memorabile bis di Borodin
Con il notturno dal Quartetto per archi n.2 in re maggiore di Borodin scelto come bis defatigante si è chiuso il concerto del Quartetto di Cremona di martedì 28 febbraio in Sala Verdi, concepito come un vero e proprio tour de force nella forma cameristica prediletta dalla Società del Quartetto. 

La formazione cremonese, nata nel 2000 nell’ambito dell’Accademia di alto perfezionamento Walter Stauffer è in residence presso l’istituzione milanese, e nel 2014, in occasione della Società del Quartetto, eseguirà l’integrale dei quartetti di Beethoven. Il programma dell’appuntamento di fine febbraio vedeva invece pagine di Bartok, Haydn, Schumann, e l’esecuzione di una dedicata espressamente al Quartetto di Cremona dalla compositrice romana Silvia Colasanti.
Una sorta di rimozione sistematica dell’elemento melodico è di fatto il trait d’union tra queste pagine, apparentemente diverse, ma in realtà accomunate da una sensibilità simile, soprattutto per quel che concerne i due “mostri sacri” del quartetto, Bartok e Haydn. Il Quartetto per archi n.4 del compositore ungherese è una composizione del 1928, imperniata sul movimento lento centrale, con una struttura palindroma determinata dall’inserzione di un allegretto pizzicato prima dell’allegro molto conclusivo. Il materiale tematico di fatto ricorre tra i movimenti esterni (primo e quinto), e quelli interni (quarto e secondo) sono l’uno una variazione dell’altro. 


Il tratto caratteristico è l’esplorazione di tutte le risorse sonore degli archi, attraverso le sequenze vibrato/non vibrato, il pizzicato che abbiamo già ricordato, l’arco sfregato al ponticello. Molto probabilmente questa ricchezza linguistica rimanda al tentativo di rappresentare i suoni della natura e del mondo contadino, evocato anche attraverso la pulsione ritmica che rimanda, cosa consueta in Bartok, a elementi popolari e alla ricerca di una sorta di “primitivismo” (in perfetta consonanza peraltro con la cultura del suo tempo).
È invece un’opera tarda il Quartetto per archi in sol maggiore che Haydn compose dietro commissione del principe Lobkowitz, dilettante di violino, nel 1799. In quel periodo il grande compositore di Rohrau era alle prese con i grandi oratori (“La Creazione” e “Le Stagioni”), ma volle impegnarsi comunque a realizzare un gruppo di quartetti che potessero ripetere i fasti dell’opera 76. In realtà ne nacquero solo due (uno rimase incompiuto e confluì più tardi nell’opus 103). Ma il fatto che Haydn fosse ormai in età avanzata, con impegni pressanti alla porta, non deve pensare che si tratti di composizioni di maniera. 


Al contrario, i due quartetti opera 77 esibiscono il meglio dello spirito sperimentale che Haydn sapeva profondere nella forma del quartetto, a dispetto della fama che lo vuole compositore moderato e classicista per antonomasia. La mancanza di un qualsiasi elemento melodico, e la concentrazione portata esclusivamente sulla composizione rimandano a quell’ambizione a cui il musicista viennese non avrebbe mai rinunciato, anche nell’ultimo decennio di vita. Il forte dinamismo, con gli archi che anche in questo caso sembrano sfoderare tutto il proprio arsenale di soluzioni imprevedibili.
Il Quartetto in la maggiore op 41 n.3 di Schumann è memorabile soprattutto per i due movimenti finali, l’Adagio molto e l’Allegro molto vivace. L’uno segnato dal lirismo di inimitabile intensità che contraddistingue la cifra della sua produzione negli Anni Quaranta, il secondo sottratto al rigore e al controllo dei movimenti iniziali e trasfigurata in quello che con felice intuizione Oreste Bossini, nel programma di sala, definisce “l’impressione di una festa di ballo intravista dalle finestre di un palazzo infestato dai fantasmi”.
“Di tumulti e d’ombre. Studio per Faust”, realizzata da Silvia Colasanti nel 2010, come sorta di disegno preparatorio per un lavoro di teatro musicale su testo tratto dal “Faust” di Pessoa, è infine una specie di poema sinfonico mignon sull’impossibilità della conoscenza, attraversato da una profonda inquietudine, e certamente accostabile ai momenti di maggiore tensione del quartetto di Schumann. 


Un concerto dunque che il Quartetto di Cremona ha voluto improntare nel segno della capacità di stressare un forma pur all’interno dell’adesione rigorosa al canone. Non tutta la musica, in definitiva, può costituire una camera di decompressione come la pagina di Borodin. Difficile però immaginare una veste tanto seducente per un convitato di pietra: la melodia arriva finalmente in conclusione di serata.

Fonte: www.milanocultura.com

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