Un 8 marzo tra luci ed ombre

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Come ogni anno, l'8 marzo le donne diventeranno protagoniste, per un giorno, dei mezzi di informazione. Mimose e dibattiti: ma il resto dell'anno? La parità dei diritti tra uomo e donna esiste, sancita dalla Costituzione e da tante leggi successive, ma, nella realtà, le cose stanno proprio così? O ci sono ancora disuguaglianze, magari non palesi, ma concrete? Il carico del lavoro familiare si fa ancora sentire in maniera rilevante? E la questione della rappresentanza politica femminile, così scarsa, nel nostro Paese, e certamente non corrispondente al ruolo che le donne hanno nella società? Non ultima questione, quella del lavoro, del lavoro che non c'è, del lavoro precario, che coinvolge molto le giovani donne. Ne parliamo conCarmen Leccardi,docente ordinario di sociologia dell'Università Bicocca.

Professoressa Leccardi, tra poco sarà l'8 marzo e si parlerà di donne: le conquiste delle donne, le difficoltà delle donne. Un quadro di luci e ombre. Vuole parlarcene?

«La situazione, in effetti, è davvero ricca di luci e ombre. Da un lato abbiamo una realtà normativa che dovrebbe consentire le donne di essere cittadine a tutto campo. Dall'altra vi sono delle pratiche quotidiane e delle visioni culturali che continuano a dominare il mondo sociale, in base alle quali le cose non vanno propriamente come dovrebbero. Purtroppo esiste infatti un gap notevole tra quanto è possibile fare sulla carta e quanto è invece effettivamente realizzabile. Questa situazione rappresenta una difficoltà soprattutto per le giovani generazioni, che rispetto alle loro madri non hanno vissuto in prima persona i risultati delle mobilitazioni degli anni 60-70, e si trovano invece a dover affrontare la realtà di porte che dovrebbero essere spalancate ma che invece restano pervicacemente chiuse. Ora che le donne, grazie alla cultura e alle competenze acquisite, hanno aumentato le loro possibilità, non riescono così a concretizzarle nel quotidiano. In questo modo il capitale umano femminile viene decisamente sottovalutato. Questo è ben visibile quando si parla di donne in posizioni dirigenziali: se è vero che le giovani hanno una migliore istruzione, voti più alti e ci mettono meno a concludere gli studi rispetto ai loro coetanei maschi, a conti fatti la loro presenza ai vertici risulta sempre scarsa».

A questo proposito in Italia balza all'occhio la scarsa rappresentanza politica delle donne. Perché partiti ed istituzioni "resistono" alla presenza femminile?

«Purtroppo nella politica le donne sono ancora il fanalino di coda, come del resto accade negli ambienti istituzionali. Ci sono vincoli legati a una tradizione di esclusione delle donne dal mondo politico che ancora non sono stati abbattuti. I partiti sono da sempre strutturati con logiche di potere maschile. Del resto anche le tempistiche negli ambienti politici sono costruite su misura dell'uomo, p o s s i b i l m e n t e scapolo e senza vincoli familiari. La stessa opinione pubblica ancora oggi manifesta un consenso limitato rispetto alla presenza femminile in politica. Chiara Saraceno (una delle sociologhe italiane di maggior spicco, nota per i suoi studi sulla questione femminile nel mercato del lavoro, ndr) non a caso nei suoi studi parla di monopolio maschile delle posizioni politiche, e sostiene la necessità di rompere questa quota monopolistica. Invece ancora oggi queste situazioni vengono date per scontate. Un altro dato, che emerge in diverse ricerche sociologiche, è la diversa concezione di potere che hanno uomini e donne. Si tratta di una differenza che tende spesso a emergere anche in Parlamento, quando si vedono coalizioni femminili trasversali, di donne appartenenti alle più diverse forze politiche. Purtroppo, però, spesso le donne non riescono a portare nella politica la propria visione delle cose, e finiscono con l'essere isolate».

Si dice che la stagione del femminismo sia passata, e che le donne abbiano necessità, più che di rivendicare diritti, di essere protagoniste reali del lavoro, dell'economi,a della politica. Lei che ne pensa?

«I movimenti femministi oggi hanno la possibilità di esprimere meglio le proprie posizioni grazie anche alle nuove tecnologie, che permettono una rapida diffusione delle informazioni. Oggi questi movimenti si dimostrano particolarmente consapevoli e capaci. Si tratta ora di riuscire a riversare questa forza sia nella costruzione di rapporti tra vecchie e nuove generazioni femministe, sia all'interno delle istituzioni. Invece questa forza rischia spesso di perdersi ogni qualvolta si devono prendere delle decisioni. C'è anche un altro aspetto da considerare: negli ultimi anni è stato fatto un uso sbagliato del corpo della donna, e spesso il "velinismo" si è introdotto anche nella politica, con risultati deleteri. Un utilizzo che è stato ripreso con forza anche nei messaggi mediatici quotidiani: passa l'idea di una donna-oggetto. Una visione che va assolutamente estirpata».

Un problema ancora attuale della dimensione femminile è quello del lavoro nascosto, quel lavoro di cura che le donne compiono quotidianamente ma che raramente viene riconosciuto e valorizzato. Ciò nonostante il fatto che, sui presupposti della parità dei sessi, ormai donne e uomini lavorano e vanno in pensione alla stessa età. Qual è la sua opinione?

«La prima discriminazione sta nel tempo che uomini e donne dedicano all'attività di cura: secondo l'Istat per la donna è circa tre volte superiore a quello del partner. Questo si lega alle difficoltà del mondo del lavoro: l'Italia non ha raggiunto l'obiettivo previsto dal trattato di Lisbona, che prevede un'occupazione femminile al 60%. In Italia, infatti, raggiungiamo appena il 50%. Intanto la donna si trova dover fare i conti con un carico di impegni decisamente eccessivo, tra famiglia, figli e anziani da accudire, senza che vi sia un welfare in grado di accompagnarla nel lavoro di cura. A questo si aggiunge il problema dell'età pensionabile: il lavoro di cura della donna non è mai stato remunerato, ma almeno veniva riconosciuto con un pensionamento anticipato. L'equiparazione dell'età pensionabile porta alla necessità di trovare un'altra forma di remunerazione per la donna».

Ora, una domanda sulle giovani donne, che spesso sono strette tra il desiderio di trovare lavoro e affermarsi nella società, e quello della famiglia e della maternità. Quali prospettive per loro? C'è la possibilità di conciliare ogni cosa?

«Sotto un certo profilo le biografie maschili e femminili sono omogenee. C'è un livello in cui entrambi i generi si confrontano con le stesse contraddizioni. Però per le donne c'è in più la difficoltà di conciliare i tempi biologici con quelli lavorativi. Il tema della maternità conta molto per le giovani donne, ma spesso viene sottaciuto, se non addirittura esasperato. Basti pensare che spesso durante il colloquio lavorativo si chiede alla donna se desideri avere dei figli, in quanto questo incide sulle prospettive di assunzione. Quindi chi progetta la maternità si scontra con il precariato e con impegni insostenibili. Purtroppo al momento l'unica soluzione che viene individuata per conciliare i tempi lavorativi e quelli familiari, è quella di una negoziazione con il proprio partner. C'è poi il problema delle dimissioni in bianco, che esprime a pieno il gap tra le normative e quanto viene effettivamente attuato. Il problema è che c'è sempre qualcuno che cerca di rimettere in discussione diritti già acquisiti, così che spesso ci si trova a combattere battaglie vecchie accanto a quelle nuove. Le giovani donne, tuttavia, hanno una grande forza: la capacità di costruire progetti a breve e medio termine, in cui sono padrone del proprio tempo. Dunque se si riuscirà ad abbattere il muro della strumentalizzazione del corpo femminile, si apriranno nuove modalità di ricerca».

di Daniele Tamburini

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