Prosa: L’Avaro di Molière chiude la stagione

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La stagione di prosa del Teatro Ponchielli chiude con un grande classico. Martedì 20 e mercoledì 21 marzo, sempre alle ore 20.30, il Teatro Stabile delle Marche in coproduzione con Teatro Mercadante di Napoli, portano in scena “L’Avaro” di Molière, (traduzione di Cesare Garbali) per la regia di Arturo Cirillo. In questo allestimento Arturo Cirillo, regista intellettuale sapido e coerente, ha scelto di evidenziare il lato noire della comicissima commedia molieriana.

Quella di Arpagone, in questo caso, è un’avarizia che trascende dalla cupidigia per il denaro, ma è una sorta di morbo che lo allontana dai suoi affetti e che si espande in tutta la sua casa e sulle persone che la abitano. Arturo Cirillo ha spiegato: «L’Avaro è Arpagone, ma gli altri, cosa sono gli altri? Quale spazio è concesso all’alterità in questa casa corridoio dove tutto è ansiosamente osservato dal suo padre padrone? Tre sono i figli di Arpagone: Cleante, Elisa e la cassetta, ma solo l’ultima è stata ‘partorita’ da lui stesso. Gli altri sono i figli di una madre morta, figli nemici vissuti come sottrattori di giovinezza ed amore, ancor prima che di denari. Mariana, la ragazza che si fa comprare dal vecchio avaro, per intermediazione della ruffiana Frosina, è forse l’ultimo anelito di vitalità, la battaglia finale per dare scacco matto al mondo e alle leggi della natura.

Pornografia senile in cui ‘l’eretto’ deve essere solo lui, gli altri li si lascia prigionieri dei loro ruoli, costretti a fare la commedia, mentre lui allude e depista. Solo i servi, non prendendolo sul serio, potrebbero farlo fuori, e non è casuale che sia l’anarchico Saetta a rubargli la cassetta, ma essi però sono pur sempre servi. Insomma gli altri senza Arpagone non si sa bene di cosa possano parlare, di cosa occuparsi. E’ come l’abitudine, secondo la definizione di Samuel Beckett: il collare che tiene legato il cane al suo vomito. Tutti lo schifano, ma tutti ne sono legati, quasi al guinzaglio, e alla fine, quando l’operetta delle agnizioni li scioglie dal legame, loro, finalmente liberi dove andranno?… Adesso gli toccherà viverla la vita, diventando Arpagoni loro stessi o magari liberandosi del cappio dell’avere, del possedere, di quello che è oggi il nostro esistere».

di Federica Ermete

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