Pressione fiscale, commercianti in difficoltà

+ 21
+ 17


Molti sono i punti della Riforma del lavoro che preoccupano le associazioni di commercianti; su tutte l'Imu e le pesanti tassazioni recentemente introdotte, compreso l'aumento dell'Iva. Si tratta di una situazione critica e delicata, come spiega il Presidente dell'Ascom Claudio Pugnoli. Cremona risulta una delle città più pesantemente colpita dalla reintroduzione dell'Imu, con una spesa di 2.088 euro annui ogni 100 mq.

Quanto peserà questa tassa sui commercianti della città, in periodo già critico?
«L’essere ai primi posti nella classifica dell’Imu restituisce, in maniera drammatica, l’incapacità di guardare ai problemi del commercio e della vita della città. L’Imu colpisce tutti i negozianti, tanto chi è proprietario (in maniera diretta) quanto chi è in affitto (contribuendo all’aumento delle locazioni ed aggravando uno dei fattori che maggiormente incidono sul bilancio). Come è possibile che (citando il Sole 24 Ore) un negozio di cento metri quadri a Cremona sia costretto a pagare poco meno di uno a Firenze (la differenza è del 10%), ben più di Parma e il doppio di Venezia. Quello dell’Imu non è certo l’unico tema sul quale riflettere. Basta pensare, ad esempio, alle tante imposte locali che, già oggi, gravano sui bilanci di negozi e pubblici esercizi, che sono costretti a pagare per le insegne, per le tende e per l’ombra che fanno sul suolo pubblico. Si capisca, una buona volta, che per evitare la recessione occorre rivalutare il ruolo del terziario e dell’economia reale. Così facendo si aggiungono semplicemente fattori recessivi a quelli già presenti nella nostra economia locale».

Quali effetti può avere sui piccoli e medi commercianti la liberalizzazione degli orari di cui tanto si discute in questi mesi?
«A qualche mese dall’avvio delle liberalizzazioni Confcommercio Cremona ribadisce la propria contrarietà al provvedimento che vuole gli orari di apertura “senza più regole”. Il provvedimento ha finito con il favorire i “grandi” e danneggiare o “piccoli imprenditori”, il vero motore dell’economia italiana. Come avevamo già sottolineato la gente non può spendere non per problemi di tempo ma per la difficoltà di arrivare a fine mese, per la crescita della povertà e l’indebolimento della classe media. Anziché aiutare imprese e famiglie, dunque, il provvedimento delle liberalizzazioni ha finito con l’aumentare i costi di esercizio (ad esempio per le aperture domenicali) e di dar forza alla recessione (anziché contrastarla). Al danno finanziario poi si aggiungeranno quelli legati alla qualità della vita. Non si può credere all’equazione che, per vivere meglio bisogna lavorare di più, produrre di più, consumare di più. Occorrono equilibri che la manovra di questo “governo tecnico di Bocconiani” ha compromesso. Non ne guadagnerebbe la concorrenza, non ne guadagnerebbe la qualità del servizio».

In questi giorni si sta dibattendo sulla riforma del lavoro.
Quali sono, secondo lei, i punti salienti? Quali modifiche andrebbero messe in atto e quali invece potrebbero danneggiare le aziende?
«Abbiamo un elemento di preoccupazione: la riforma era partita per creare flessibilità in uscita, non vorremmo che il risultato finale fosse l'irrigidimento degli istituti in entrata. Spero che nella stesura ultima venga confermata la flessibilità come condizione per tenere aperte le porte delle imprese, soprattutto ai giovani. Le imprese del commercio, del turismo, dei servizi e dei trasporti non hanno potuto delocalizzare, scontano una drastica riduzione del credito da parte delle banche, vivono di domanda interna che è in caduta libera da anni, vantano nei confronti dello stato crediti che sembrano inesigibili e sopportano una pressione fiscale fra le più alte in Europa. Se a questo si aggiunge l’aumento del costo del lavoro e una maggiore rigidità nei contratti - come, ad esempio, quelli relativi al tempo determinato, al part time e all’apprendistato - l’unico effetto sarebbe quello di produrre più costi e aumentare il contenzioso per quelle imprese che hanno sempre agito nel rispetto della legge. Insomma, si metterebbero in ginocchio molte piccole imprese a fronte, peraltro, di versamenti per malattia all’Inail e all’Inps che producono avanzi di gestione positivi».

Secondo la proposta di riforma, l'articolo 18 dovrebbe rimanere invariato solamente per quanto riguarda i licenziamenti discriminatori, mentre risulterebbero facilitati i licenziamenti per motivi economici, con un avvicinamento verso il modello tedesco: quali ritiene possano essere le conseguenze di tale intervento?
«Quanto ai "licenziamenti facili" bisogna fare un salto culturale. L'imprenditore non ha in tasca il licenziamento facile perché sono i dipendenti la vera ricchezza dell'impresa. Il punto vero è che è impossibile attendere 4-5 anni per avere l'esito di una causa di lavoro, gli investitori esteri non vengono in Italia perché è inefficiente la giustizia, non perché è complessa la normativa sul lavoro ».

La riforma prevede disincentivi per i contratti a progetto, 'accrescimento del costo contributivo del contratto a tempo determinato per le aziende e l’aumento dell’intervallo temporale che deve esservi tra la scadenza di un contratto e la stipulazione di quello successivo; ritenete possano essere la chiave di svolta per risanare un mercato del lavoro in forte crisi o che possano rivelarsi invece un ulteriore elemento di difficoltà?
«Non bisogna burocratizzare e ingessare la flessibilità in entrata, nè tanto meno aumentare i costi del contratto a tempo determinato, principio che andiamo ripetendo dal primo incontro con il Governo. Il tempo determinato è, infatti, uno strumento regolato dai contratti collettivi. Ormai da oltre dieci anni in Italia questo tipo di contratto si attesta tra il 12 e il 13% dell’occupazione ed è al di sotto della media europea pari al 14%. Solo da noi questo diventa un problema in sè, mentre invece bisognerebbe guardare solo verso chi ne abusa. E anche sugli ammortizzatori abbiamo detto che bisogna avere più attenzione perché il costo del lavoro non può aumentare, soprattutto a fronte di una crisi di cui non si vede la fine» L'introduzione dell'Aspi prevederà la sostituzione di ogni altra forma di sussidio alla disoccupazione. Il principale timore dei sindacati, però, è che lo Stato non riesca a coprire le spese necessarie a tutti i lavoratori aventi diritto ai sussidi Aspi... «Confcommercio è pronta a confrontarsi fino alla fine: Ma restiamo convinti che il rilancio del Paese passi soprattutto attraverso il ritorno alla crescita dell’economia e della crescita, e così dell’occupazione. Invece, in questo modo, si rischia di aumentare i costi del welfare sociale. In momenti in cui un taglio alla pressione fiscale sulle imprese dovrebbe essere una priorità assoluta, ogni altra scelta non può che condurre alla chiusura delle aziende con ricadute pesanti anche sul piano occupazionale. Davvero un modo singolare per pensare di risolvere il problema del lavoro».

dalla redazione

Segnala questo articolo su