Intervista al professor Andrea Fumagalli: «Così la Costituzione è condizionata dalle esigenze di bilancio»

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Riforma dell’articolo 81 sull’obbligo di pareggio del bilancio statale in Costituzione: la legge in discussione.
Sarà utile per il Paese? «Mai»
In questi giorni, il Parlamento sta decidendo sulla riforma dell’articolo 81 della Costituzione: una scelta che ha ben poco di “tecnico”, ma con evidenti ricadute in termini di politica economica e sociale. In sostanza, si introduce l’obbligo del pareggio del bilancio dello Stato nella legge fondamentale della Repubblica. Il dibattito, anche se piuttosto in sordina, in un momento in cui prevale quello sulla riforma del mercato del lavoro, è fra chi sostiene che anche una spesa pubblica in disavanzo produce un aumento del Pil maggiore ed è più efficace di una riduzione della pressione fiscale, e tra chi ritiene che “i conti in ordine” siano una priorità assoluta, anche a costo di comprimere ulteriormente la spesa e, quindi, gli investimenti. Senza contare che le politiche di welfare sono finanziate dalla spesa pubblica: che ne sarà del sistema di garanzie per i cittadini? Come si finanzieranno gli interventi peraltro necessari anche nel quadro dell’attuale riforma del mercato del lavoro? Per capire la reale portata di questa scelta, abbiamo intervistato il professor Andrea Fumagalli, docente di economia presso l’Università di Pavia.
Professor Fumagalli, vorremmo che ci illustrasse il significato della riforma dell’articolo 81 della Costituzione, quello che si chiama, un po’ semplificando, l’obbligo di pareggio del bilancio statale.
«L’articolo 81 della Costituzione italiana disciplina le regole essenziali del bilancio dello Stato che rappresenta il documento contabile in cui vengono elencate le entrate e le spese relative all’attività finanziaria dello stato in un periodo di tempo determinato (di solito l’anno). Tale documento è l’esito della legge finanziaria (ora chiamata legge di stabilità) dove si enunciano i principi di politica fiscale (gestione delle entrate fiscali e della spesa pubblica) che il governo intende perseguire nel corso dell’anno. Il 30 gennaio 2012 a Bruxelles è stato siglato da parte di 25 capi di Stato e di governo il Trattato su stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria. In questo accordo, per la prima volta in Europa, è stato siglato un Patto Fiscale (Fiscal Compact), come era stato chiesto esplicitamente dal governatore della Bce, Mario Draghi, nel suo discorso al Parlamento Europeo il 1° dicembre 2011. In esso, si è deciso l’obbligo di inserire in Costituzione il ‘pareggio di bilancio’, ciò che istituisce una nuova ‘costituzione economica’, comportando la cancellazione della possibilità da parte delle istituzioni pubbliche di intervenire nella gestione dell’economia con provvedimenti anticiclici. Si afferma all’art. 3, comma 2, che le regole del pareggio di bilancio: “devono avere effetto nelle leggi nazionali delle Parti contraenti al massimo entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato attraverso previsioni con forza vincolante e di carattere permanente, preferibilmente costituzionale”. Con un trattato di carattere internazionale si interviene per modificare le Costituzioni, così da legittimare nella legge madre di tutte le leggi, il primato del pensiero economico neoliberista. Il Parlamento italiano ha già votato, in prima lettura, la modifica dell’articolo 81 per imporre una camicia di forza alle politiche di bilancio. Sarà la Corte di Giustizia dell’UE a verificare l’avvenuto inserimento e a comminare eventuali sanzioni (art. 8): la Costituzione è, così, condizionata e vassalla delle esigenze di bilancio dettate dai mercati finanziari.
Questa riforma non appare centrale, nel dibattito pubblico, come quella dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Eppure, ci sono studiosi e commentatori che ne sostengono la pericolosità, concordando sulla convenienza della spesa in disavanzo in situazioni di recessione o crescita lenta del Pil. Lei che ne pensa?
«Concordo. Con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio si elimina la possibilità discrezionale da parte della politica fiscale di poter operare in funzione anti-ciclica. Keynes probabilmente si sta rivoltando nella tomba. In tal modo, proprio quando si pretendono iniezioni di ulteriore flessibilità nel mercato del lavoro (leggi, precarizzazione), si introducono elementi di forte rigidità nella gestione della politica economica. Già con l’art. 105 del Trattato di Maastricht (che vincola l’operato della Banca Centrale Europea a perseguire unicamente l’obiettivo di un tasso d’inflazione inferiore al 2% annuo), si era di fatto ingabbiata la politica monetaria per evitare che potesse svolgere una funzione di intervento congiunturale a sostegno della produzione e dell’occupazione; ora, con tale misura, si elimina un ulteriore di grado di libertà per la gestione delle politiche economiche. Il tutto viene giustificato nel nome dell’autonomia della politica monetaria e ora della politica fiscale da possibili condizionamenti della “politica”. In realtà, l’obiettivo, neanche troppo malcelato, è consentire che solo i poteri economici e finanziari possano decidere quale politica economica deve essere adottata.
E la questione della spesa per il welfare?
«Due sono gli effetti perversi che tale misura può comportare. Il primo deriva dall’ovvia constatazione (che ogni economista serio e indipendente sa bene) che in un sistema capitalistico di libero mercato condizione necessaria perché ci possa essere attività di accumulazione (ovvero produzione di ricchezza) è che vi sia un atto preventivo di indebitamento. L’indebitamento dello Stato è quindi funzionale al processo di accumulazione e venendo meno, anche la capacità di crescita e di accumulazione si riduce. Il secondo effetto, relativo al bilancio dello Stato, è che se vi è l’obbligo del pareggio di bilancio, per mantenerlo sarà sempre più necessario intervenire (a meno che non si voglia aumentare la pressione fiscale, ipotesi politicamente da scartare) sulle spese variabili dello Stato, ovvero le spese sociali (previdenza, istruzione, sanita, ammortizzatori sociali) e sui salari dei dipendenti pubblici. Esattamente quello che sta già accadendo e che è già accaduto in Grecia.
La scelta del pareggio inserito in Costituzione è stata veramente dettata dall’Europa?
Secondo alcune opinioni, questo lede il concetto stesso di sovranità nazionale. La sovranità economica nazionale è un concetto (come quello di democrazia) che non esiste più da almeno 20 anni. I cambiamenti nell’organizzazione tecnologica, della produzione/accumulazione e del lavoro che si sono succeduti negli ultimi trent’anni hanno ridefinito gli assetti geo-economici e geo-politici internazionali. Il processo di finanziarizzazione ne è stato uno degli effetti e tale processo determina oggi la scala gerarchica del comando economico. Oggi 10 multinazionali della finanza sono in grado di imporre i propri interessi economici a intere comunità nazionali e sovranazionali. La novità che la crisi europea ci offre è che ora sono tali poteri a scegliere direttamente i capi di governo, mentre sino a pochi anni si limitavano a condizionare indirettamente le scelte economiche».
Posto che la modifica venga approvata, quando se ne potranno apprezzare gli effetti?
«Mai».
Daniele Tamburini



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