Writers: parlano i giovani. Non solo vandalismo

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Piccoli vandali, writers, imbrattatori: si dice questo e altro dei tre diciassettenni individuati nei giorni scorsi dalla Polizia municipale come gli autori dei “graffiti” comparsi in diverse zone di pregio della città, a partire dai leoni stilofori situati all’ingresso del duomo. I tre minorenni hanno segnato con le proprie “tag” (firme) case private, palazzi pubblici, i portici del palazzo della Camera di Commercio, svariati monumenti, tra cui pare anche il muro della Curia vescovile, a fianco dell’ingresso meridionale del transetto. A farli rintracciare sono stati i filmati delle telecamere collocate in punti strategici della città, visionati dagli agenti di polizia municipale. Una vicenda che riapre il dibattito sul mondo giovanile e sul disagio delle nuove generazioni. Per capire cosa passa per la testa degli adolescenti di oggi abbiamo deciso di fare un giro nei loro luoghi di ritrovo, e gli abbiamo chiesto di commentare la vicenda dei writers. In molti hanno riconosciuto l’errore dell’atto vandalico, ma allo stesso tempo hanno espresso il disagio di una generazione che non si sente compresa. «E’ facile mettere un’etichetta a noi giovani» dice Enrico, 17enne.

«Siamo sempre additati come vandali, come persone che si comportano male. Nessuno però si impegna ad ascoltarci, a cercare di capire quali sono le nostre esigenze. Sia chiaro, chi imbratta i monumenti sbaglia, tuttavia c’è troppa generalizzazione da parte del mondo adulto ». Un forte richiamo, quindi, alle responsabilità di genitori, educatori, insegnanti e di tutti coloro che vorrebbero dare facili etichette ai ragazzi. «Ci sentiamo sempre appellare con “voi giovani”, come se fossimo una categoria di emarginati» afferma Mirko, 18 anni. «La gente generalizza spesso su di noi. Se siamo seduti tranquilli sulle panchine gli adulti ci additano come “drogati nullafacenti”. Se andiamo in giro con il motorino dicono che siamo “casinisti e irrispettosi”. Niente di quello che facciamo va bene al mondo dei “grandi”, per partito preso». «E’ vero che alcuni giovani sono dei veri e propri vandali, e l’episodio delle scritte sui monumenti è decisamente da condannare: il rispetto per l’arte è sacro, e dovrebbero capirlo tutti» spiega Sonia. «Invece apprezzo chi disegna su vecchi muri grigi, di nessun valore artistico: è un modo per farli diventare più belli».

Si apprezza, quindi, un nuovo modo di comunicare, di esprimersi e soprattutto di creare arte. Un'arte che probabilmente il mondo degli adulti non è pronto a capire, troppo lontana dagli schemi preconfezionati a cui si è abituati. Nel nostro viaggio nel mondo giovanile riusciamo anche a parlare con una delle parti in causa, ossia un writer. Si chiama “Led” (nome d’arte) e ha 16 anni. «Sono di parte, essendo io stesso un writer, tuttavia concordo sul fatto che sia sbagliato imbrattare i monumenti. Anche tra noi c’è una sorta di “codice d’onore”: va bene pitturare, ma per abbellire uno spazio, non per rovinarlo. Il mio gruppo di writers – anche se a noi piace di più chiamarci “street artists” – si è dato delle regole, tra cui quella di scrivere solo su degli spazi non pubblici e non abitati. Ad esempio muretti, muri di vecchie case o fabbriche abbandonate, ecc. Secondo me, le nostre scritte rendono più bella e vivace una zona». Vivere le scritte sui muri come una forma d’arte: e in effetti, molte realizzazioni sono davvero piccole opere d’arte, disegni fatti per rendere più vivo uno spazio. «Non siamo né vandali né imbrattatori » aggiunge Michael, anch’egli appassionato di street art.

«Se possiamo, andiamo a realizzare le nostre opere in altre città, dove magari ci sono degli spazi destinati ai giovani come noi, con la voglia di esprimersi attraverso le immagini. Purtroppo questi spazi dedicati sono sempre troppo pochi». Ancora più attente alla necessità di espressione sono le ragazze, spesso molto brave, ma con poche possibilità di dimostrarlo. «Per un certo periodo anch'io mi sono divertita a disegnare i muri» racconta Tiziana, 16 anni. «Non scritte stupide, ma veri e propri disegni, che mi piaceva fare in tutte quelle zone del mio paese in cui i muri erano grigi e tristi. Spesso chi ci deve educare non capisce che il nostro desiderio è solo quello di ravvivare un po' certi spazi che altrimenti sarebbero tristissimi». E se davvero questi adolescenti volessero davvero solo un mondo un po' più colorato, che rispecchiasse il loro modo di essere? Se davvero tutto questo fosse solo un modo per sentirsi un po' più "a casa"?

di Laura Bosio

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