Addio ad Antonio Tabucchi: la scrittura, i personaggi, la passione etica

+ 31
+ 30


alt
"Per una democrazia normale dei seccatori"

Se di tutto resta un poco, perché mai non dovrebbe restare un po' di me? […]

Scomparso pochi giorni fa a Lisbona, Antonio Tabucchi era nato a Pisa nel 1943. Tra i maggiori conoscitori e divulgatori dell'opera di Fernando Pessoa, Tabucchi è stato docente di letteratura portoghese all’Università di Siena e autore di molti volumi: dai romanzi “Piazza d'Italia” e “Notturno indiano”, alle raccolte di racconti “Il gioco del rovescio” e “Piccoli equivoci senza importanza”, e ancora ai romanzi “Requiem”, “Sostiene Pereira”, “La testa perduta di Damasceno Monteiro”, “Si sta facendo sempre più tardi”. Inoltre, “Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori”, sette testi di poetica, “L'oca al passo”, “Il tempo invecchia in fretta”, “Racconti con figure”. Antonio Tabucchi non era un personaggio “facile”. Narratore, traduttore, un uomo cosmopolita che si muoveva tra l’Italia, Parigi e Lisbona, Tabucchi era anche un fiero polemista. È celebre la sua polemica con Carlo Azeglio Ciampi, quando quest’ultimo era presidente della Repubblica. Rileggiamo l’incipit (siamo nel 2003): “Ci sono momenti nella vita e nella storia in cui un decoroso silenzio rivela tutta la statura morale della persona. Da quando Berlusconi ha formato il suo governo, molti sono stati i momenti in cui il decoroso silenzio è stato superiore alle offese e alle volgarità”. Secondo lo scrittore, Ciampi non avrebbe reagito a molte azioni dell’ex premier, ai limiti della costituzionalità, se non opponendo un “dignitoso silenzio”. Di qui, la provocatoria sferzata finale: “Ciampi sarebbe dunque un pupazzo nelle mani di Berlusconi? La questione è cruciale per la democrazia italiana, ma forse per la classe politica è meglio che gli italiani non se la pongano. Sarà risolta forse in decoroso silenzio? Da ciò dedurremo che la costituzione italiana ha un solido garante: il silenzio”. Si può senz’altro pensare che la vis polemica sia eccessiva, ma il personaggio era questo. D’altronde, scrisse sempre a Ciampi, in un’altra occasione, “il Suo alto incarico, anche se in Italia vorrebbero farLa vivere in un empireo corrispondente a quello del Papa dove la parola non è discutibile essendo dogma, prevede in una democrazia normale dei seccatori come me. La democrazia significa anche reciprocità: Lei è il garante della mia Costituzione, io Gliene chiedo conto. E dunque a mio modo divento garante di ciò che Lei deve garantire. Altrimenti, come diceva Paul Celan, chi testimonierebbe il testimone? Lei ha funzione di garante”. È il rifiuto del silenzio, lo stesso che porta il giornalista Pereira a denunciare, in tempo di dittatura, gli assassini di Monteiro Rossi, un giovane uomo ribelle, politicamente impegnato contro il regime fascista di Salazar, ucciso dalla polizia politica a casa sua. Perché “la filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità”. D’ogni cosa resta un poco, sta scritto in una bellissima poesia, “Residuo”, di Carlos Drummond de Andrade, grande poeta brasiliano, a sua volta tradotta dallo stesso Tabucchi. Un altro Monteiro, questa volta di cognome, viene trovato morto, il cadavere decapitato (“La testa perduta di Damasceno Monteiro”), e anche in questo romanzo Tabucchi costruisce e pretende un’operazione di verità, nei confronti, ancora una volta, di un potere costituito corrotto e bugiardo. Per Tabucchi, la politica era “l’arte di essere uomini liberi, ma tutti insieme”. In nome di questa libertà si è consegnato ad una sorta di esilio autoimposto. Ancora in “Residuo”:

Di tutto è rimasto un poco, 

Della mia paura. 

Del tuo ribrezzo. 

Dei gridi blesi. 

Della rosa è rimasto un poco. 

È rimasto un poco di luce captata nel cappello. 

Negli occhi del ruffiano è restata un po' di tenerezza (molto poco) 

 Poco è rimasto di questa polvere che ti coprì le scarpe bianche. 

Pochi panni sono rimasti, pochi veli rotti, poco, poco, molto poco. 

Ma d'ogni cosa resta un poco […]. 

Se di tutto resta un poco, perché mai non dovrebbe restare un po' di me? […]

Segnala questo articolo su