Intervista alla psicologa Carmen Leccardi: Il desiderio di protagonismo giovanile.

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«I writers non sono un fenomeno di devianza, ma una forma di espressione della propria soggettività»

Writers e non solo: per uno sguardo di insieme sui giovani di oggi, abbiamo parlato con la sociologa Carmen Leccardi, docente ordinario alla Bicocca ed esperta del mondo giovanile. Nei giorni scorsi, infatti, è uscito il libro "Sentirsi a casa. I giovani e la riconquista degli spazi-tempi della casa e della metropoli", che la professoressa Leccardi ha scritto insieme a Marita Rampanzi e Maria Grazia Gambardella. Un volume in cui si esamina la silenziosa lotta del mondo giovanile per affermare la propria presenza nella società. Professoressa Leccardi, il tema degli atti vandalici da parte di giovani è spesso occasione di dibattito, anche acceso, sul mondo giovanile. Potrebbe spiegarci cosa spinge questi ragazzi ad imbrattare muri e monumenti?
«Alla luce della ricerca che recentemente ho condotto a Milano, e che è culminata nella pubblicazione del mio libro, rispetto alle forme di espressione della soggettività dei giovani, ritengo che il fenomeno dei writers e degli street artist non sia una forma di devianza, bensì una forma di espressione della propria soggettività. I giovani oggi vogliono riconquistare i propri spazi e i propri tempi, in una città che per loro è sempre più sconosciuta. Il loro desiderio è di sentirsi protagonisti della vita pubblica, che invece spesso li mette ai margini».
In cosa sbaglia allora la società?
«Invece di costruire delle stigmatizzazioni nei loro confronti, dovremmo cercare di comprendere tali pratiche urbane, e soprattutto di capire quale tipo di messaggio essi vogliono far pervenire. E' forte, da parte loro, la volontà di far sentire la propria voce. Sta poi all'ente locale il compito di trovare il modo di dare loro quello che cercano: l'essere protagonisti dello spazio pubblico, l'avere una cittadinanza culturale e il non essere messi ai margini».
Come dovrebbe rispondere, quindi, l'ente locale?
«Dovrebbe permettere loro di accedere alle forme di espressione culturale che invece solitamente gli vengono negate. E non come consumatori o fruitori di opere artistiche, ma nel ruolo di veri protagonisti. Invece questo non accade, anzi: nel momento in cui i giovani chiedono di poter passare a forme di protagonismo diverse, si trovano davanti un muro invalicabile. Oggi la loro condizione è già resa problematica dalla difficoltà, se non addirittura impossibilità, di progettare non solo il proprio futuro, ma anche il presente. In questo scenario si rivela indispensabile permettergli di esprimersi con i propri mezzi, a visto che questo non accade loro tendono a riprendersi come possono questo diritto. E lo fanno appunto con le tag e con le immagini sui muri. Per loro è un vero e proprio codice, a cui il mondo adulto dovrebbe dare ascolto. Ad esempio, se le amministrazioni comunali individuassero degli spazi appositi in cui permettergli di esprimere la propria creatività, loro non andrebbero a imbrattare i muri. Ad esempio in certe città vengono individuati degli spazi urbani anonimi, da lasciare ai writers affinché li abbelliscano, e i risultati sono molto buoni».
Per quale motivo si tende a stigmatizzare così tanto i comportamenti dei giovani?
«La comunicazione intergenerazionale è sempre più difficile, per svariati motivi. A partire dal fatto che gli stessi sistemi di comunicazione e le tecnologie utilizzate sono differenti da una generazione all'altra, tanto che a volte si creano delle vere e proprie barriere tra persone di età differenti. Bisognerebbe quindi trovare degli spazi in cui le differenti generazioni possano davvero comunicare tra loro. Oggi i giovani non parlano a scuola, non parlano in famiglia e ancora meno negli spazi pubblici».
E in politica?
«Purtroppo oggi è difficile vedere giovani e donne politicamente impegnati, in quanto spesso vengono messi ai margini. Fino a qualche anno fa, il giovane arrivava abbastanza in fretta ad avere un'autonomia psicologica e sociale, e la transizione dal mondo giovanile a quello adulto era abbastanza rapida e ben definita. Oggi non è più così: la condizione di "giovane" tende a protrarsi nel tempo, tanto che per assurdo si è ancora considerati giovani anche a 35-38 anni. Dall'altro lato, il prolungamento della fase formativa e la precarizzazione sempre più marcata del mondo del lavoro porta i giovani alla necessità di fermarsi sempre più a lungo in famiglia. Sono quindi persone autonome e adulte dal punto di vista psicologico, ma non da quello sociale. Questo crea una situazione di parziale marginalità: nonostante essi abbiano le energie da impiegare nella vita sociale, non possono farlo. In questo modo ogni giorno la nostra società spreca grandi quantità di energia, che invece potrebbero essere impiegate per crescere».

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