Art.18 - Ernesto Cabrini: «Stessi diritti e doveri»

+ 22
+ 19


alt
(Sergio Cuti) Articolo 18: mantenerlo, abolirlo, cambiarlo? O meglio: come possono e devono cambiare le politiche attive del lavoro? Problemi seri che possono cambiare la vita a milioni di italiani. Che cosa ne pensa al riguardo l’associazione Industriali di Cremona? Per saperlo, abbiamo sentito Ernesto Cabrini che di Assoindustria Cremona è il direttore generale. Personaggio noto e stimato, ha sempre risposto alle domande dei giornalisti andando al cuore del problema. Come è capitato anche questa volta. «Mettiamo bene in chiaro questo concetto base per non creare confusione: flessibilità non significa precarietà, ma mettere in moto il mercato del lavoro che oggi è bloccato e paralizzato. Il contratto di lavoro non può essere, infatti, paragonato a un contratto di matrimonio: in poche parole, io ti assumo perché hai le professionalità che vanno bene all’azienda, ma non posso assicurarti che questa situazione potrà reggere per tutta la vita lavorativa. Così come ci deve essere un pari e patta tra diritti e doveri».

In parole semplici?

 «Se il dipendente può decidere di cambiare azienda, questa può decidere di cambiare dipendente. L’impresa non può avere solo doveri e nessun diritto. Almeno il diritto di essere competitiva lo deve avere, altrimenti che azienda sarebbe… E poi, parliamoci chiaro: se i contratti di lavoro potessero essere recisi, da una parte come dall’altra, tutti i lavoratori verrebbero assunti a tempo indeterminato». 

Se ci fosse parità di doveri e diritti, il lavoratore non si troverebbe svan-taggiato rispetto all’imprenditore?

«No, se i lavoratori cominciassero a Capire che per restare in un’azienda a vita o per trovarne di migliori hanno una potente arma a disposizione: incrementare la loro professionalità aggiornandosi in continuazione e stando al passo con le tecnologie. La miglior garanzia, insomma, per rimanere fino alla pensione in un’azienda nella quale è piacevole e conveniente lavorarci è la professionalità e la ricerca di una continua formazione. Se, infatti, un imprenditore ha alle proprie dipendenze una persona professionalmente valida, ricca di iniziativa, appassionata del proprio lavoro, capace di fare squadra, sicuramente non se ne priva». 

Giovani e lavoro, un altro tema caldo. Anzi, incandescente. 

«Anche in questo caso, poniamoci la domanda che riassume il succo del problema: cosa può offrire a un imprenditore un giovane che entra per la prima volta in azienda? Poco o niente perché non ha esperienza, ma guadagna da subito una buona busta paga. Come pareggiare i conti? Poiché necessariamente la formazione deve essere aziendale perché di teoria i giovani ne hanno appresa fin troppa a scuola, ci deve essere uno sforzo collettivo per agevolare l’imprenditore che si prende a carico il giovane». Per esempio? «All’azienda non si fanno pagare i contributi per 4-5 anni. E’ una forma di risarcimento».

La cassa integrazione è ancora uno strumento valido? 

 «Chi la vuole, la deve pagare. Quella ordinaria, nell’industria, la paga sia l’imprenditore che il lavoratore. Quella in deroga, invece, la paga l’Inps, quindi ancora tutti noi. Questa è assistenza».

Segnala questo articolo su